Questo è un estratto di un mio articolo sul tema della violenza, pubblicato dalla rivista Telos.

La sottrazione di dignità nelle relazioni violente

La sottrazione di dignità è un elemento necessario e costitutivo del processo che porta alla violenza.

In qualche misura e attraverso svariati mezzi occorre che colui che sarà destinatario di violenza debba perdere agli occhi di chi violenza agisce quello status che lo rende simile agli appar- tenenti alla nostra umanità condivisa.

La violenza su un altro essere umano necessita di un processo denigratorio, di un procedimento sottrattivo che porta a considerare l’altro come “minus”, come persona destituita di umanità.

Segni e segnali condivisi

Vivere in contesti relazionali significa interporre tra sé e il prossimo la legge che ha permesso lo sviluppo e lo svolgersi stesso della relazione. Non può sussistere infatti una relazione tra persone senza che si sia elaborato un sistema condiviso di segni e simboli che ne regolamentano il funzionamento e che preveda una composizione regolamentata del conflitto.

Il bisogno di condivisione determina il sorgere della parola e attraverso la parola costruisce un orizzonte di senso che permette una armonica regolamentazione dei bisogni.

Essa permette di organizzare la convivenza sulla base di un principio di reciprocità, di riconoscimento piuttosto che di annullamento del prossimo.

La parola che unisce

Parliamo anzitutto a qualcuno diverso da noi e attraverso questo dialogo viene a costituirsi successivamente il dialogo interiore, la riflessività umana, quale fondamento della vita psichica consapevole.

La parola unisce, crea comunicazione e condivisione, ma al tempo stesso impone la sua legge che è poi legge della relazione. Tale legge si imprime nell’anima e nel cuore della persona e diventa il baluardo dell’agire consapevole, della necessità di vagliare esiti e conseguenze dell’impulso spontaneo.

La parola chiama alla riflessione, al controllo della propria istintualità, alla negazione della violenza perché nemica del bisogno dell’altro da sé. Non possiamo vivere relazioni senza apprendere i turni conversazionali, il passaggio interlocutorio per cui dopo aver parlato sono chiamato all’ascolto di una risposta, all’attesa di un cenno di comprensione o di dissenso, alla necessità di confrontare il mio desiderio con quello altrui, a comporre i dissidi in maniera costruttiva.

L’altro

Non possiamo vivere relazioni senza il riconoscimento dell’altro come “diverso da me” ma “uguale a me”: diverso in quanto latore di bisogni differenti dai propri, uguale nel diritto di poterli esprimere e realizzare.

Appartenere ad un orizzonte relazionale significa nascere come persone, trasmutare la propria dimensione istintuale in una espressività di sé regolamentata.

Quali fattori hanno determinato una degenerazione della capacità di convivere pacificamente? Cosa è possibile fare per porre rimedio a tale processo involutivo?

Troppo complesso il tema per poter fornire risposte esaustive ma qualche tentativo di riflessione, nato dalla osservazione dei processi sociali, dal lungo lavoro di ascolto con famiglie, genitori, insegnanti e ragazzi, può essere tentato al fine di aprire alcune piste che meritano certamente un ulteriore approfondimento. Indicheremo pertanto alcuni percorsi sui quali chiamiamo coloro che si occupano di benessere psicologico al confronto e all’approfondimento.

  • La relazione educativa assente;
  • i valori e la cultura di appartenenza;
  • i media, la web generation e la rete;
  • cultura della comprensione;
  • la cultura della violenza.

Troverai ciascuno di questi punti approfonditi nell’articolo integrale che ti invito a scaricare di seguito:

Articolo integrale

Gino Aldi