Pandemia da Covid 19 e didattica a distanza

L’articolo sviluppa il tema della didattica a distanza. Venuto a galla da circostanze di necessità imposte dal Covid 19.

L’insegnamento a distanza si sta proponendo come una possibile soluzione alle problematiche imposte dal distanziamento sociale. Resta il problema di comprendere se questa soluzione sia effettivamente efficace per lo sviluppo psicologico dei nostri ragazzi o sia, a sua volta, foriero di problemi educativi di non facile soluzione. 

L’articolo si schiera con decisione contro questa scelta educativa proponendo un ridimensionamento della sua efficacia per quanto riguarda lo sviluppo psichico del bambino.

In particolare, evidenzia come la rete di relazione che si instaura tra docenti-genitori-alunni peggiori una situazione già molto precaria per quel che riguarda la capacità di differenziazione e individuazione dei bambini e lo sviluppo della loro padronanza e autostima.

Covid19 e nuovi modi di stare insieme

Il Covid 19 ha rivoluzionato in maniera consistente i nostri costumi costringendo ad inventare di sana pianta nuovi modi di stare insieme, di produrre, di vivere la quotidianità. Anche la scuola ha subito le conseguenze delle limitazioni imposte dal virus e si è convertita, in maniera rapidissima, allo smart web, con lezioni svolte da casa attraverso l’ausilio di piattaforme tecnologiche appositamente dedicate. 

Perché la scelta della didattica a distanza

A fondamento di questa decisione vi sono state considerazioni e valutazioni pregnanti e significative.

Tra queste: la necessità di non vanificare l’andamento dell’anno scolastico, non perdere la continuità relazionale tra discente e docente, supportare bambini e ragazzi nella gestione del tempo passato in forzata reclusione.

L’insegnante si reinventa con la didattica a distanza

Considerazioni lodevoli che hanno portato gran parte degli insegnanti a reinventare la propria professione nella didattica a distanza. Hanno dovuto confrontarsi con tecnologie non sempre semplici da utilizzare e metodologie del tutto nuove da sperimentare.

Normale che tutto ciò abbia prodotto spaesamento e perplessità ed altrettanto normale è il fatto che, con il tempo, ognuno abbia consolidato una propria dimensione. E, in qualche modo, trovato la propria strada per continuare il mestiere di insegnare.

Nel frattempo, si è mosso il mondo della politica che ha dovuto certificare e regolarizzare questo nuovo modo di intendere la scuola, lasciando presagire che esso potrebbe prolungarsi nel tempo sostituendo per un altro po’ di tempo il lavoro in aula.

Gli effetti della didattica a distanza

L’enfasi per la didattica a distanza deve essere temperata da riflessioni e considerazioni circa gli effetti che essa può avere sul breve, medio e lungo periodo in modo che essa possa essa utilizzata criticamente.

Cioè con la consapevolezza dei suoi pregi e dei limiti che essa pone nella formazione dell’essere umano.

In questo articolo cercherò di enunciare diverse perplessità per le quali considero questo strumento del tutto inadatto nella scuola dell’infanzia e primaria e secondaria di primo grado. Strumento poco utile nelle scuole superiori e ampiamente utilizzabile nelle università. Argomenterò soprattutto per quel che riguarda la scuola primaria e secondaria di primo grado.

Corre l’obbligo, per supportare le proprie argomentazioni con fondamenta solide, sviluppare alcune riflessioni sull’apprendimento e lo sviluppo della mente perché è da esse che traggo motivo di preoccupazione per l’entusiasmo nato intorno a questo nuovo modo di far scuola.

Il medium è il messaggio

In primo luogo, voglio citare un vecchio ma, a mio parere, assolutamente attuale autore: Marshall McLhuan.

Grande studioso della comunicazione McLhuan deve la sua fama al concetto che sintetizza la sua concezione della comunicazione umana: Il medium è il messaggio. Nei suoi studi egli argomenta e dimostra che il potere di un mezzo di comunicazione non sta nei contenuti che veicola ma nel mezzo stesso perché tale mezzo influenza le nostre funzioni cognitive e quindi il nostro modo di pensare e di essere. Ad esempio il passaggio dall’insegnamento orale alla scrittura spostò in maniera significativa l’orizzonte di apprendimento.

Questo passaggio ha modificato la dimensione corale e interattiva tipica della parola, sostituendola con un ambiente individualizzato, introspettivo e silenzioso, tipico della fruizione del testo scritto.

La parola richiede un ambiente situazionale, una presenza, un luogo fisico e una relazione di fruizione tra chi parla e chi ascolta.

Il testo si configura come impersonale, asettico, uguale a sé stesso per l’eternità se il mezzo su cui è veicolato non si deteriora.

Il testo scritto sposta il piano dell’apprendimento sul piano della visione, relegando l’udito in secondo ordine, mentre il linguaggio orale rende lo strumento uditivo fondamentale per apprendere. 

Neuroscienze

Bastano queste differenze per comprendere come l’utilizzo di un mezzo modifica completamente il nostro modo di emettere e/o di fruire il messaggio. Questa intuizione è oggi largamente confermata dalle neuroscienze.
Le neuroscienze ci dicono che i circuiti neuronali interessati alla fruizione orale sono differenti da quelli che si attivano nei processi di lettura. Le differenze non riguardano solo il modo in cui decodifichiamo il messaggio, ossia se prevale una cultura dell’udito o della vista, ma anche altre importanti e significative funzioni cognitive. Ad esempio, il testo scritto esalta il procedimento logico-deduttivo creando una concatenazione nello sviluppo dell’argomentazione. Argomentazione per la quale ad una premessa corrisponde uno sviluppo tematico e una conclusione. Questo modo di pensare la realtà ha un riverbero su tutte le attività umane esaltando il valore della razionalità e della coerenza interna del discorso. 

Assonanze

E’ da diverso tempo che pongo l’accento sul fatto che questo iter procedurale, che garantisce la logicità del discorso, abbia subito un allentamento. Ritengo inoltre che e sia sempre più sostituito da un modus operandi che privilegia l’assonanza e l’analogia. Assonanza e analogia sono infatti i meccanismi principali attraverso i quali si fruiscono i messaggi della rete. La rete e le tecnologie mediatiche sono un medium, nel senso che intende McLuhan, che ha modificato profondamente il modo di pensare e di essere delle persone. Hanno attivato una rivoluzione la cui portata è ancora tutta da scoprire.

Molte funzioni cognitive della persona stanno transitando su mezzi tecnologici in grado di sostituire il cervello umano in maniera efficiente ed efficace.

Un esempio è la memoria, moltiplicata a dismisura da supporti tecnologici sempre più miniaturizzati; un altro esempio sono le capacità di calcolo e di computazione che un computer svolge in maniera molto più rapida di un essere umano. Per cui ad esso vengono affidate le operazioni in cui bisogna computare o calcolare. 

Fiducia verso la tecnologia

L’esaltante fiducia che poniamo verso la tecnologia digitale non deve esimerci dal pensare che vi sono attività umane che un calcolatore non poterà mai svolgere e che possono risultare persino impoverite da un uso indiscriminato delle tecnologie (Benasayang). L’uso dell’assonanza e dell’analogia testimonia la prevalenza del “visuale” sul “logico-formale”.

Il pensiero visuale procede per immagini mentali e i collegamenti concettuali non sono più centrati sulla progressione logica del ragionamento. Ma procedono attraverso salti condizionati dalle immagini che affiorano alla mente di chi sta imparando o pensando.

Non si avverte però nessun bisogno di concatenare tali immagini in un percorso logico concettuale lineare e coerente ma ci si limita ad assemblarle anche se esse non hanno un senso compiuto o una continuità con il discorso che si sta svolgendo.

E’ questo meccanismo che permette ad una studentessa brillante di interpretare una novella del Boccaccio trasformando il marito della protagonista in un uomo maltrattante, cosa che Boccaccio non si era sognato affatto di dire.[1]

Semplificazione

L’uso massiccio di un linguaggio breve, ridotto all’essenziale, come impongono i tweet o i post di Facebook o ancor più Instagram, rende sempre più difficile l’elaborazione di un pensiero complesso e crea la falsa illusione che non vi sia necessità della complessità. Anzi che essa sia un fastidioso fagotto di cui occorre liberarsi appena possibile.

La semplificazione del mondo è un processo che crea illusione di conoscenza e onnipotenza, diseduca alla gestione della frustrazione e predispone all’idea che la sofferenza e la difficoltà debbano essere rimosse dal proprio orizzonte.

Tanto è illusorio questo perenne processo di semplificazione tanto sarà doloroso e problematico per l’adolescente e il giovane entrare nel mondo della vita reale.

Inevitabili saranno, per i giovani più fragili, l’attivazione di fughe psicopatologiche. 

Un sistema in crisi

Che le cose non funzionino al meglio lo testimoniano dati e osservazioni svolte da studiosi e insegnanti. Abbiamo evidenze da più fronti che il sistema formativo italiano è in preda ad una crisi di proporzioni immani ( Priulla) che porta i nostri ragazzi a non saper decodificare un testo nonostante abbiano superato l’esame di maturità.

I docenti lamentano una difficoltà crescente a trovare canali di comunicazione con una generazione che appare sempre più estranea e refrattaria a utilizzare i consueti canali di apprendimento. Distraibilità, scarsa concentrazione, difficoltà a comprendere sono diffuse a livello epidemico tanto da far concorrenza al Covid 19.

Stiamo assistendo ad una fenomenologia del disagio scolastico che segnala in vari modi che i processi di apprendimento si sono inceppati senza che nessuno senta il bisogno di fermarsi per comprendere e risolvere le  difficoltà crescenti delle nuove generazioni.

Il medium è il messaggio! 

Marshall McLhuan

Come cambia la giornata di un bambino

Cosa succede se si trasforma la giornata di un bambino che andava quotidianamente a scuola per apprendere in una giornata da trascorrere davanti ad uno schermo?

Significa stravolgere, nel senso posto da McLuhan, anzitutto il medium dell’apprendimento. Ancora troppi insegnanti e dirigenti scolastici, ignari delle più recenti scoperte e in ambito psicopedagogico, continuano a pensare che l’apprendimento sia centrato sui contenuti da trasmettere e non sul medium che li trasmette. In realtà la scuola è un immenso medium nel quale ci si reca per apprendere contenuti ma anche per apprendere una serie di abilità implicite. Abilità che saranno corollario significativo di quei contenuti. Un primo elemento di tale medium è la necessità di instaurare un rapporto con una figura “altra” dalla propria madre e dal proprio padre, una figura che a volte si rivela più capace di comprendere il bambino ed altre volte meno tollerante dei propri genitori.

In entrambi i casi, se il tutto si svolge in una logica di equilibrio e professionalità, il bambino può fare esperienza di una polarità che non conosce, imparando ad adattarsi al nuovo ambiente, godendo del più che trova a scuola o imparando a vivere le frustrazioni che il proprio luogo domestico non gli riserva.

Emotività e apprendimento

Il distacco dall’ambiente familiare è un processo necessario per la crescita emotiva e per lo sviluppo delle capacità di apprendere. Grazie al lavoro divulgativo appassionato di valenti scienziati (Lucangeli) è ormai consolidato il rapporto tra emotività e apprendimento.  La scuola è un medium di nuove esperienze e soprattutto è un nuovo ambiente in cui il confronto con i i docenti, con i pari e con sé stessi avviene senza la presenza ingombrante dei genitori. Il distanziamento dalla famiglia è un passaggio necessario per acquisire autostima e padronanza, stante che il senso di autoefficacia è conseguenza dei successi esperienziali vissuti e non delle lodi ricevute. 

Compiti a casa e genitori

Vi è da dire che tale distanziamento è da tempo compromesso da una innaturale patologia del sistema formativo che vede colludere inconsapevolmente genitori e insegnanti a discapito degli alunni: si tratta della tematica dei “compiti” da svolgere a casa. Compiti quasi sempre svolti in compresenza con almeno un genitore.

Tale presenza, che giudico deleteria per lo sviluppo di un senso di sicurezza di Sé, svolge un’azione rassicurante ma anche sostitutiva in quanto elimina fonti di stress e di angoscia attraverso le quali il bambino apprende  il confronto con i problemi.

La preoccupazione del genitore portano a attivare comportamenti anticipatori che, risolvendo le difficoltà del bambino,  non gli permettono  di  cercare soluzioni proprie. Non gli consentono di imparare a condividere con la propria insegnante problematicità  dell’apprendimento.

Non solo, si genera spesso nel bambino l’idea inconscia che non bisogna avere difficoltà. Un’idea che in adolescenza e nell’ingresso in età adulta ha spesso conseguenze funeste e che, in diversi casi, già in età precoce produce gravi  conseguenze psicopatologiche.

L’insegnante collude spesso con questo meccanismo perché, grazie ad alunni sempre ligi e preparati, può accelerare il suo “programma”, generando un carico cognitivo sempre più intenso e stressante per gli alunni.

Una didattica che toglie ossigeno all’infanzia

Una società meno adultocentrica dovrebbe accogliere con sospetto quei docenti i cui alunni di scuola elementare sono impegnati in complesse analisi del testo o in complessi problemi matematici e geometrici. E genitori meno chiusi nel proprio Ego dovrebbero diffidare di una didattica così spinta che toglie ossigeno all’infanzia e li priva di una crescita armonica.

L’insegnate serio lavora a scuola e lascia spazio alla necessità di giocare dei bambini. Sulla scarsa utilità dei compiti a casa sono pronunciati diversi esperti (Lucangeli). Purtroppo, le cose prendono ben altra direzione. In tal modo insegnante e docenti, nemici su molti fronti, colludono nel mantenere vivo un senso di onnipotenza che non prevede l’errore, non lascia spazio al dubbio, non necessita di un confronto con il problema solving e  con le difficoltà e l’ansia che ne consegue.

Questa dinamica è osservabile in gran parte delle scuole del nostro tempo e ha conseguenze nefaste per la crescita dei bambini. Produce stress eccessivo, carico cognitivo e soprattutto obbliga ad una rimozione del limite e delle difficoltà diseducando dal confronto con la complessità. La scuola dovrebbe promuovere una pedagogia dell’errore (Lucangeli) piuttosto che una rimozione del limite per creare vera conoscenza e fiducia in sé stessi ma finisce per agire esattamente in direzione opposta.

Perché diffidare dalla didattica a distanza

Alla luce di queste considerazioni vi è una buona ragione per diffidare della didattica a distanza per bambini di scuola primaria. Questi bimbi devono apprendere in un luogo che elimini dal loro orizzonte, per un certo numero di ore, i genitori. La ingombrante presenza adulta, presso il domicilio, avrà effetti nefasti sulla loro crescita.

Alla consueta oppressione esercitata al momento dei compiti vi è il fondato rischio che essi impongano una compresenza durante lo svolgimento delle lezioni. Tale compresenza porterà ad interferire sul modo di operare del docente contribuendo a squalificare la figura dell’insegnante, creando sacche di conflittualità, impedendo al bambino di sviluppare un proprio e personale rapporto co i propri maestri.

Tutto ciò rischia di accentuare una patologia della relazione genitori/alunni/scuola che è già compromessa da numerose aree di tensione, si pensi ai gruppi WhatsApp di classe che sono un crocevia di comunicazione patologica e di moltiplicazione di ansie assolutamente infondate ma foriere di gravi disturbi comunicativi tra docenti e genitori, tutta a discapito del bambino. 

La scuola non è un edificio

Occorre pensare alla scuola come un luogo antropologico e non un edificio. Uno spazio sociale in cui si apprende non solo perché vengono spiegati contenuti ma anche, e soprattutto, perché si fa esperienza della realtà. I bambini hanno bisogno di confrontarsi con un mondo “altro” da quello familiare, devono vivere lontano dai genitori, senza la loro presenza, cavandosela da soli, costruendo spazi di esperienza, riservatezza, intimità, segretezza che portano allo sviluppo della propria individualità.

La didattica a casa rischia di accentuare, invece, un’illusione di apprendimento sia nei genitori che nei docenti, con bambini-pappagallo che ripetono una lezione. Lezione che non hanno compreso e che dimenticheranno dopo alcuni giorni perché non hanno avuto il tempo di consolidare.

Cosa sta vivendo l’alunno

Ecco cosa accade con la didattica a distanza.
La distanza relazionale indotta dallo schermo renderà più difficile il lavoro del docente, fino a vanificarlo, perché non avrà il controllo di quei processi interattivi non verbali che consentono di capire cosa sta vivendo davvero l’alunno.

Con la didattica a distanza il docente non riesco ad intercettare gli umori.
La capacità del docente di individuare gli stati di animo dell’alunno, verbalizzarli e renderli fruibili alla consapevolezza sono un elemento che appare fondamentale in bambini che non sempre hanno la capacità di mentalizzare e verbalizzare ciò che provano (Fonagy).

Coproreità e bambini pappagallo

Un ulteriore elemento per cui la scuola a domicilio rischia di essere una iattura per i bambini e i preadolescenti è il fatto che essa rimuove in maniera definitiva il residuo di corporeità.

Questo è che è necessario per impegnarsi in processi di apprendimento.

La scuola virtuale rende del tutto secondaria l’esperienza corporea passivizzando ancora di più i bambini, ridotti a spettatori di uno schermo e esecutori-pappagallo di compiti.

Tutto ciò contrasta con la visione moderna della mente che vede nell’unità corpo-mente una unità inscindibile (Varela, Damasio). La mente incarnata, da istanza teorica e filosofica, ha assunto dignità con le recenti scoperte di neuroscienze. Mente incarnata vuol significare che non si apprende stando fermi passivamente  ma diventando “attivi” e partecipi, da qui l’interesse per le didattiche attive, impossibili da organizzare a distanza. Si consideri che per i più piccoli la scuola potrebbe essere l’unico spazio di interazione attiva, passando essi altre ore esclusivamente davanti allo schermo di un video gioco.

Scuola come luogo altro

La scuola ha senso se conserva la sua identità: un luogo “altro”, dove i genitori consegnano i propri figli a figure terze, dove vi sono regole, dove avvengono fatti giusti e ingiusti, belli e brutti. Luogo dove si apprende che la vita non procede a nostro piacimento e che bisogna usare il proprio intelletto per adattarsi ad essa.

Un luogo di vita vissuta e non una fabbrica di procedure vuote e insignificanti come spesso già accade e come inevitabilmente accadrebbe con la didattica a distanza. Spazio in cui ci si approccia alla conoscenza, che per sua natura è complessa e non riducibile. La conoscenza è complessa, merita rispetto, ma esalta l’intelletto di chi si misura con essa e rende la persona più capace di trovare sé stessa. 

No alle scorciatoie

Per tutte queste ragioni occorre superare la tentazione di imboccare scorciatoie. Occorre resistere alla voglia di falsificare la realtà per rispondere a false logiche produttive, meglio raccontare la verità a noi stessi e a tutti gli alunni piuttosto che vivere nella menzogna e nell’ipocrisia:

la verità è che questo è un anno perso dal punto di vista dell’apprendimento!  

Ottimo è stato lo sforzo di mantenere continuità relazionale con gli alunni. Ma poco praticabile l’idea di garantire con questo metodo una sufficiente preparazione degli alunni.

Mai come in questa circostanza non vi è  colpa di nessuno se non del virus che ha impedito il regolare svolgimento della scuola. Non si è potuto apprendere, così come avvenne in periodo bellico.  

Colpevole è invece l’incapacità di dare senso realistico a quanto accade e creare meccanismi illusori e fasulli che rappresentano una realtà distorta. In questi mesi è altamente probabile che si è imparato poco o nulla.

Bocciare o promuovere

Dovremmo bocciare tutti oppure promuovere tutti nella fiducia che c’è una vita intera per recuperare il tempo perso!  

Non dovremmo invece favorire rappresentazioni artefatte : esami farsa per valutazioni falsate, assolutamente inutili, che porteranno, per svariate ragioni, alla promozione di tutti.

La conoscenza merita ben altro rispetto!

Fiducia e impegno

Ai ragazzi occorrerebbe spiegare la verità e chiarire che un’opzione di fiducia sulle loro capacità non esime dal fatto che in futuro dovranno fare più e meglio di quanto è stato possibile questo anno, piuttosto che creare nelle loro coscienze l’idea di aver meritato la promozione. 

Siamo però nel medium della società dell’immagine!

E allora prevarrà la logica, diseducativa, di legittimare una didattica, quella a distanza,  sui cui effetti nessuno ha pensato, riflettuto, e studiato.

L’augurio è che i ragazzi sappiano andare oltre i limiti degli adulti che li guidano e trovino il modo di innamorarsi della conoscenza.

Quella vera! Impagabile e esaustiva di per sé!

The article develops the topic of distance learning. Distance learning from the circumstances of necessity imposed by Covid 19 has emerged as a possible solution to the problems imposed by social distancing. The problem remains to understand if this solution is effectively effective for the psychological development of our children or is, in turn, harbinger of educational problems that are not easy to solve. The article takes a firm stance against this educational choice by proposing a reduction of its effectiveness as regards the child’s psychic development. In particular, it highlights how the network of relationships established between teachers-parents-pupils worsens an already very precarious situation as regards the ability of differentiation and identification of children and the development of their mastery and self-esteem.

Corrispondenza

Dott. Gino Aldi

Psicoterapeuta

Tel 3358105216

gino.aldi@gmail.com


[1]L’episodio è riferito da un insegnante in un servizio televisivo.

Leggi anche l’isolamento forzato dei bambini ai tempi del covid19